La donna che ci ha svegliate

Non è mai stato semplice per una donna riuscire ad ottenere il potere e la credibilità all’interno del contesto politico o sindacale.
Tutti noi però dovremmo ricordarci di Argentina Altobelli, una donna colta e affascinante, che per prima ebbe il coraggio di alzare la voce e farsi ascoltare dalle masse già nell’ultimo ventennio dell’800 diventando la rappresentante dell’emancipazione femminile e del proletariato agricolo.
La sua prima mossa fu quella di fondare un giornale per le lavoratrici, per poi giungere nel 1909 ad essere eletta nella direzione del Partito socialista italiano. Lo stesso partito che al suo interno aveva molti uomini contrari al suffragio universale. Lei però riuscì a imporsi arrivando nel 1921 alla presidenza di quel famoso e tumultuoso congresso del Partito socialista a Livorno che si concluse con la secessione di un gruppo di delegati che andarono a fondare il Partito comunista italiano.
Quando il fascismo prese il sopravvento, la sua sensibilità di donna la portò anche a tentare di giustificare il comportamento dei suoi sostenitori fin quando, dopo continue minacce e intimidazioni, decise di “ritirarsi a vita privata”. Si trasferì a Roma, dove per mantenersi fece diversi lavori, tra cui scrivere articoli a pochi soldi sui sistemi di previdenza sociali.
Questa donna, col tipico carisma che contraddistingue le donne emiliane, deve essere ricordata come un importante esempio di indipendenza e coraggio.
Non promuoveva l’odio, ma la propensione verso il prossimo:

“La mia vita di donna politica è stata guidata dall’amore verso l’umanità, da un orientamento sincero e profondo del pensiero e della coscienza. L’ambizione unica della mia anima è stata quella di fare il bene, come potevo, di trasfondere il bene attraverso l’idealità dell’amore per il bene, di sollevare le anime calpestate dal destino con l’ideale della fraternità umana”.