Discriminazione di genere. In Kosovo le donne sono quasi sempre escluse dall’eredità

Marigona Buja afferma senza esitazioni che la sua ex casa su due piani a Lipjan (Lipljan) non era il posto giusto per lei. Vi ha vissuto per più di un anno dopo essersi sposata nell’ottobre 2014 con un matrimonio combinato, concordato tra la sua famiglia e quella del suo futuro marito.

Marigona racconta che pochi giorni dopo il matrimonio aveva capito che l’unico ruolo riservatole dalla famiglia di suo marito era quello di serva. L’unico posto dove riusciva a trovare un po’ di pace era un bagno situato al secondo piano della casa.

«Lì piangevo, bestemmiavo, maledicevo», racconta Marigona, 29 anni, originaria del villaggio di Bujan (Bujance) nei pressi di Lipjan.

https://86d421d0d84189f8b7e8cd9e20f68428.safeframe.googlesyndication.com/safeframe/1-0-38/html/container.html Marigona spiega di non aver potuto godere dell’intimità nemmeno nella camera da letto perché suo suocero aveva modificato la porta in modo da poter aprirla dall’esterno anche quando era chiusa a chiave.

Suo suocero – come afferma Marigona – aveva introdotto questo regime di controllo e sorveglianza mentre suo marito era in Germania, dove lavorava. Ogni volta che Marigona aveva raccontato a suo marito del comportamento di suo padre, la risposta era stata sempre la stessa: «Mio padre è padrone della casa, mi inchino davanti a lui e davanti a Dio».

I rapporti tra Marigona e i suoi suoceri iniziarono a deterioriarsi all’inizio del 2015 dopo che Marigona rimase incinta. Marigona spiega che suo suocero era diventato ancora più crudele nei suoi confronti dopo aver scoperto che portava in grembo una femmina.

Marigona fu costretta a stare in piedi tutto il giorno e a svolgere tutti i lavori in casa dove, oltre a lei e suo marito, vivevano anche i suoi suoceri e suo cognato. Per Marigona fu particolarmente difficile riuscire a pulire l’intero muro di recinzione del giardino in un giorno, e poi la sera stare in piedi per diverse ore.

«[Il mio ex suocero] non permetteva a nessuno di andare a dormire prima di lui e io dovevo stare in piedi tutto il tempo per versargli il tè. Spesso sia io che gli altri membri della famiglia dovevamo rimanere in piedi fino alle 3 o alle 4 del mattino. Mio suocero diceva: ‘Sono io il maschio di casa, voi siete i miei servi’».

Marigona aveva iniziato a studiare lingua e letteratura albanese presso l’Università di Pristina, ma i suoi suoceri le hanno impedito di proseguire gli studi, sostenendo che non avrebbe bisogno della scuola. Non le era consentito nemmeno di visitare i suoi genitori da sola, doveva sempre essere accompagnata da un membro della famiglia del suo ex marito.

Marigona non si è mai sentita a suo agio nella casa dei suoi suoceri perché suo suocero non faceva altro che impartirle ordini e controllare ogni suo movimento.

Una delle esperienze più umilianti vissute da Marigona è stata la cosiddetta “presa di mano”, un rituale arcaico tuttora praticato in Kosovo. Secondo la tradizione, la neo-sposa – oltre a dover aspettare in piedi e servire i suoi suoceri – deve salutare i parenti di suo marito e altri ospiti, perlopiù donne, prendendo la loro mano e muovendola attentamente su e giù lungo il viso, per tutto il tempo guardando verso il basso.

«Ogni giorno dovevo prendere la mano dei parenti di mio marito», racconta Marigona, ricordando che il rituale si era protratto per diverse settimane dopo il matrimonio. Marigona aveva accettato di sottoporsi a questa pratica umiliante per non creare problemi alla sua famiglia.

Tuttavia, dopo la nascita di sua figlia la situazione si era ulteriormente deteriorata. Il medico aveva consigliato a Marigona di rimanere a letto per dieci giorni dopo il parto, ma suo suocero aveva ignorato il consiglio del medico, ordinando a Marigona di ricominciare a fare i lavori domestici tre giorni dopo il parto.

Proprio in quei giorni la madre, il padre e il fratello di Marigona erano venuti a visitarla, ma quando avevano visto le condizioni in cui si trovava, costretta a servire gli ospiti pochi giorni dopo il parto, la tensione sfociò in un litigio, trasformatosi poi in uno scontro fisico tra l’ex suocero e l’ex marito di Marigona da una parte e i suoi familiari dall’altra.

Marigona nel frattempo era riuscita a prendere la figlia e se n’era andata con i suoi genitori.

Nel settembre del 2015 Marigona tornò quindi nella casa dei suoi genitori nel villaggio di Bujan, dove vive tuttora. In quello stesso mese sporse denuncia contro il suo ex suocero per violenza psicologica, chiedendo inoltre che a carico dell’indagato venisse disposto il divieto di avvicinamento ai luoghi da lei frequentati. Marigona denunciò il suo ex suocero anche per molestie.

Secondo il Codice penale del Kosovo, il molestatore è chiunque ponga in essere comportamenti reiterati o intrusivi finalizzati a molestare, intimidire, ferire, danneggiare proprietà o uccidere una persona o i suoi figli […] o chiunque sottoponga un’altra persona alla sorveglianza con lo scopo di molestare, intimidire, ferire, danneggiare proprietà o uccidere quella persona o i suoi figli”.

Marigona spiega di essere stata costretta a subire quotidianamente varie forme di violenza psicologica durante l’intero periodo trascorso nella casa dei suoi ex-suoceri, motivo per cui ha deciso di denunciare il suo ex suocero. Aggiunge però di essere amareggiata perché il processo penale procede lentamente e il suo ex suocero – che continua a minacciarla – viene spesso trattato come se fosse la vittima.

«Non le permetterò di prendere mia nipote, anche se dovesse finire con spargimento di sangue», ha affermato l’ex suocero di Marigona davanti al giudice. «Non vi sembra questa una minaccia?», chiede Marigona.

Con la sentenza emessa il 21 settembre 2020, il tribunale di Lipjan ha condannato l’ex suocero di Marigona a sei mesi di reclusione, ritenendolo colpevole del reato di molestia. Secondo quanto riportato dai media locali, nell’atto di accusa presentato dalla procura di Pristina si afferma che, nel periodo compreso tra ottobre 2014 e agosto 2015, Q.S. [l’ex suocero di Marigona] si rivolgeva continuamente alla parte lesa con parole offensive con l’intento di molestarla.

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